Via Gustavo Modena, 36 – 20129 Milano


Settembre 1994. Scendo dal treno in Stazione Centrale. Cerco di capire dove devo andare. Ci sono stata solo una volta a Milano, io vengo da una piccolissima città di mare, un paese, a dirla tutta.

Milano. Mi ricordo che quando andavo a scuola dicevo “Io in una città come Milano non ci andrò mai a vivere.” Ecco, che hai detto?Arrivo, non so come, agli uffici dell’I.S.U. “presentarsi presso gli sportelli con tutta la documentazione relativa all’iscrizione universitaria e i documenti richiesti per il calcolo del reddito”. Occhei, eccomi qua. In fila, davanti a me, una ragazza anche lei tutta spaurita, come me. Un quarto d’ora dopo, Lucia era già diventata la mia compagna di stanza “al Modena”, camera numero 42b, il primo ascensore a destra dopo le scale, quarto piano. Prendiamo insieme la 62 e andiamo “a casa”. E sì, perché, in un attimo, quella è diventata la nostra nuova casa.

Chi c’era in portineria quel giorno? Armando? Tiberio? O Giovanni? E come si chiamava quello che c’era prima di Davide? Non me lo ricordo. Armando era sempre incazzato, non gli potevi dire niente che ti mangiava in foggiano. Però poi ti voleva bene, ma se faceva il turno la domenica lo dovevi mollare, perché quello era il giorno in cui gli giravano di più, con tutti quegli esterni che venivano a studiare e occupavano tutti gli spazi vitali. Tiberio, minchia Tiberio era meglio che non ci andavi mai da sola in portineria quando c’era lui, sennò era capace che ti ritrovavi una mano sul culo senza nemmeno accorgertene. Giovanni invece no, niente, Giovanni era il papà di tutti. Poi è arrivato Davide ed è stata la rovina! Nottate intere senza dormire, passate a parlare, parlare, parlare, bere, bere, bere, fumare……e trovava sempre il modo per farsi riprendere, oh Davide, ma quante lettere di richiamo ti sono arrivate?

Vivere al Modena significava tante cose, scambiare il giorno con la notte, lavorare in nero per mantenersi un po’, perché se lavoravi legalmente non potevi stare lì, mangiare la pasta senza niente a qualunque ora, cucinare sui fornelletti elettrici senza accendere la luce altrimenti saltava la corrente, recuperare un frigorifero usato e portarlo in camera di nascosto perché non si poteva tenere, condividere anche l’ultima fetta di pane, e tutte le cose buone di casa che si portavano al rientro dalle vacanze di Natale, litrate di caffè e di tè (io bevevo il tè perché il caffè ancora non mi piaceva – manco adesso mi piace, ma da un paio di mesi è diventato una necessità – o una sfida…chissà), interminabili partite a Risiko, andare all’Esselunga di Viale Regina Giovanna (adesso non c’è più…c’è la Billa…) a compare solo prodotti Fidel perché erano quelli che costavano meno, e tornare indietro direttamente col carrello perché le bottiglie di vino pesavano (il Cavicchioli, mamma che schifo!!!), fare la fila al telefono per chiamare casa, ché nessuno aveva il cellulare ancora, e non essere mai in stanza quando ti telefonavano, perché eri in camera di qualcun altro, così ti trovavi in casella i biglietti di Armando che dicevano “tua madre”, non era un insulto, ti stava avvisando che la tua famiglia ti aveva cercato. Andare a prendere la pizza a “La Cometa”, col pizzaiolo con l’occhio di vetro, il fumo in Largo Marinai di Italia e il panino della scimmia delle 2 di notte dalle “sciure” di nonmiricordocomesichiamaquellavia “un panino con tutto?” “sì, con tutto” “piccante?” “sì piccante” e ti maledicevi per averlo detto perché era un piccante vero e al primo morso ti fottevi le papille gustative. Voleva dire innamorarti, amarti e lasciarti e gestire le convivenze forzate post rottura perché comunque eravamo tutti lì e ci si incontrava per forza, anche se non volevi. Voleva dire Mimmo che faceva la lavatrice e, dopo, il suo bucato era sempre tutto rosa, e quella notte che gli era salita la febbre a 40 mi sono veramente cagata sotto. Voleva dire rimanere matematicamente bloccati nell’ascensore del corpo A, che non funzionava mai. Mauro che non fumava e mi svuotava i pacchetti di sigarette buttandole in ordine sparso sui tavoli della sala studio grande. Fare le assemblee in sala tv e finiva sempre che si bisticciava. E ascoltare musica, un sacco di musica, disturbare quelli che studiavano veramente. E capire il linguaggio della signora Assunta, che si semplificava la vita declinando i cognomi in base al sesso, quindi io ero Iannola, Paolo era Ferraro, Manuele era Bellino, ecc, ecc, i fratelli Fara erano i Fari (se li chiamava insieme) altrimenti erano Faro e Fara, perché erano maschio e femmina. E una sera sono entrati i carabinieri (bè, più di una sera) per chiederci se era vero che quel signore era italiano e abitava lì…era il marito della signora Assunta, che, con la sua felpa gialla di Snoopy, era uscito per buttare la spazzatura, l’avevano fermato perché l’avevano scambiato per un extracomunitario barbone e gli avevano chiesto il permesso di soggiorno. E Attila (la signora che puliva) che veniva a rifare le stanze, sempre con la sigaretta in bocca, e ti faceva il culo se non alzavi tutto da terra, sennò come li lavava i pavimenti?

Voleva anche dire dividere la stanza con gente psicopatica e finire a litigare per qualunque cosa.

Voleva dire tante cose, troppe per scriverle tutte qua.

Per questo, forse, non mi sono mai laureata, perché c’erano troppe cose da fare e il tempo per studiare non lo trovavo mai (ahahahah!!! Bugia! Diciamo che mi sono divertita va…).

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5 commenti

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5 risposte a Via Gustavo Modena, 36 – 20129 Milano

  1. kovalski

    20129. il cap. :-)

  2. Vorrei avere la tua memoria per ricordare meglio il passato. Sono troppo affamata di futuro io, e me ne pento, ma non riesco a controllarmi. Brava Ste, è bello leggerti. x

    • Bè, allora mettiamola così, vorrei avere anche solo la metà dell’entusiasmo che metti tu nella vita, e a volte vorrei poter dimenticare cose del passato che troppo hanno influenzato il mio presente e che ci saranno nel mio futuro.
      Tu sei perfetta così. <3

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