La sala corse


Un bel po’ di anni fa, forse era il 1998 o 1999, giù di lì, ero ancora una studentessa lavoratrice spiantata, più lavoratrice spiantata che studentessa, perché lavoravo part time (quindi non guadagnavo abbastanza per non essere spiantata) e il resto della giornata lo passavo a fare tutt’altro piuttosto che studiare.

Dicevo, in quegli anni lì, dato che l’essere spiantata mi aveva portato ad un periodo di incasinamento economico, mi sono trovata un secondo lavoro, per arrotondare, pagarmi le spese che non riuscivo a coprire con il part time e smetterla di bussare alla porta dei miei ogni volta che non riuscivo ad arrangiarmi da sola, che se c’è una cosa che mi ha sempre dato fastidio è quella di dover dipendere da qualcuno (“io non mi strozzo, non mi faccio venire a prendere e non mi faccio pagare la cena”).

Vicino a casa mia c’era (c’è ancora ma io non abito più lì da tanto tempo) una sala corse, uno di quei posti dove vai a scommettere sulle corse dei cavalli e, all’occorrenza, pochi altri eventi sportivi. Quale migliore occasione per arricchire il mio bagaglio economico e culturale?

A dirla tutta, credo che si sia arricchito di più quello socio-culturale piuttosto che quello economico, che eravamo sottopagati mica da ridere (e meno male che non mi è mai capitato di dover mettere i miei soldi in cassa per colpa di qualche errore).

Io non so se siete mai entrati in una sala corse, io non l’avevo mai fatto prima. E’ stato come entrare a Narnia passando per il fondo dell’armadio. Un mondo a parte. Diverso da qualunque immaginazione uno si possa fare sulla realtà delle corse dei cavalli.

Innanzi tutto, dimenticate ogni idea romantica e bucolica legata all’immagine comune che si ha sull’animale considerato il più elegante e nobile. Niente. Dimenticatevi Ascot, l’Inghilterra e la famiglia reale e dimenticatevi anche Julia Roberts vestita di tutto punto anche se era una puttana. Dal punto di vista prettamente “sportivo” (se così si può definire sta merda), si tratta esclusivamente di povere bestie costrette a correre fino alla morte per arrivare prime e farti vincere tutti quei cazzo di soldi sui quali hai puntato.

Passiamo quindi agli scommettitori. Innumerevoli tipologie di razze umane (e non).

C’era il poveraccio che non aveva una lira, la moglie lo mandava a comprare il pane, e lui si giocava tutto quello che aveva in tasca e non vinceva mai, quindi né pane né altro (che tanto vincevano sempre gli stessi, quelli che puntavano alto, quelli che si giocavano cifre che io non vedevo nemmeno in mesi e mesi di lavoro, e chissà come mai vincevano sempre loro).

Poi c’era il signor Antonio, la nostra croce, ma un po’ più la mia perché mi aveva presa in simpatia (che culo). Il fatto è che il signor Antonio era costantemente ubriaco, ma ubriaco pesante, di vino scadente, quindi non solo puzzava da farti venire il vomito (lì sono cominciati i miei primi esercizi di apnea), ma non c’era con la testa, non c’era mai e si arrabbiava sempre, diventava una iena e meno male che eri dietro ad un vetro, altrimenti ti menava, urlava come un pazzo, perché arrivava sempre con la scommessa in chiusura, poi ti biascicava i numeri, la corsa, la giocata e se gliela sbagliavi erano cazzi, trascorrevi il peggior quarto d’ora della tua vita. Lui diceva che io ero la più brava, perché tutti lo trattavano male e io no, e allora veniva a giocare sempre al mio sportello e io mi cagavo sotto, perché dovevo capire che cosa stava dicendo (ogni tanto la moglie lo accompagnava e faceva da interprete, e si scusava per lui, e a me sta cosa faceva un male. La guardavo e le leggevo sulla faccia tutta la sua storia, la loro storia e se qualcuno mi chiede quale è, secondo me, la donna che in vita sua ha più amato il suo uomo al mondo, io dico che era la moglie del signor Antonio), dovevo trattenere il respiro, dovevo essere veloce e non dovevo assolutamente sbagliare. Che ansia.

Poi c’erano innumerevoli extracomunitari che cercavano anche di darsi un tono e di mettersi alla pari dei ricconi che venivano a sperperare i loro patrimoni. E facevano i fighi con le scarpe da ginnastica firmate e fumavano e bevevano in continuazione alla faccia del loro dio che comandava il contrario.

Quelli che mi davano più sui nervi erano, appunto, i ricconi. Clienti fissi che ogni giorno venivano a giocarsi milioni e milioni di lire, così senza batter ciglio, e ti sbattevano sul bancone i loro mazzi di soldi, ma poi ti parlavano sotto voce perché non volevano farsi sentire da nessuno. E tu di nuovo in sbattimento a contare tutti quei soldi, capire la giocata e NON SBAGLIARLA! E quando ti capitava di sbagliare, sudavi freddo sperando che la corsa non chiudesse proprio mentre stavi annullando tutto e rifacendo.

La cosa più bella era che dentro la sala c’era una sala nella sala (ok, prima o poi la smetterò di scrivere la stessa parola mille volte), il banco nero.  E che era consentito, cioè tutti sapevano e nessuno diceva. E il “capo” del banco nero era il nostro protettore, ci proteggeva da eventuali molestie, ritorsioni, tentativi di rapine, ci accompagnava in banca in chiusura, la notte, quando dovevamo versare l’incasso nella cassa continua, ci insegnava a riconoscere le banconote false. Insomma, alla fine era una brava persona, l’unico di cui potevamo fidarci veramente. Peccato fosse un cocainomane convinto, con un passato ben peggiore del suo presente. Comunque ci faceva un sacco di regali, li comprava dai cinesi che entravano in sala con i loro cesti pieni di gadget impossibili. Oltre a migliaia di accendini di tutte le forme, a me una volta ha regalato la sveglia di Sailor Moon, che la mattina quando suonava (c’era sta Sailor Moon che gridava “wake up!” wake up!”) svegliava me e tutti gli abitanti nel raggio di 50 metri. La sveglia comune.

Un altro cliente caso umano era una ragazzo che di notte batteva nel quartiere dove lavoravo part time (dove lavoro ancora adesso, ma forse non c’è più nessuno che batte, o forse non li vedo più perché adesso io faccio l’orario dell’impiegata modello). Così mi capitava di vederlo sempre, dì là e di qua. Ma facevo finta di non riconoscerlo, perché non volevo che si imbarazzasse. Solo che si vestiva sempre di bianco con una maglietta legata in vita con un nodo (era rimsato agli anni ’80), un paio di pantaloncini di jeans tipo hot-pants, con il culo bello in vista, e gli zoccoli da infermiere ai piedi. E tu non potevi non guardarlo.

Poi c’erano i colleghi. Anche lì, una carrellata di casi umani. Lo sfigato, disadattato sociale che non si lavava mai e puzzava, ma che era talmente maniacale che era diventato l’aiutante ufficiale della responsabile di sala. E quando ti si avvicinava dovevi trattenere il respiro. Una vita in apnea. La sfigata disadattata sociale (anche lei), brutta e sporca, che dopo poche ore che lavorava lì ha raccontato che una volta era stata violentata, così da allora aveva solo rapporti anali. Giusto, non fa una piega. “N” altri esseri border-line.  La responsabile di sala cocainomane, con il fidanzato sindacalista, ma lei se la faceva, forse, credo di sì, con il nostro protettore. E con altri. E poi lì ci ho trovato un amico, che mi era sembrato importante, perché c’era feeling e ci si raccontava la vita senza troppi problemi, con tanta spontaneità, ma che quando ha capito che mi ero innamorata del fratello non è stato più amico.

Sì, in quella sala, in mezzo a tutta quella umanità, a quella sporcizia, quella puzza, il fumo, le pazzie, il cesso che si rompeva quasi ogni giorno, il rischio di rapina, i soldi falsi, la signora sordo-muta che veniva a giocare e tu, cazzo, dovevi capire anche lei, che quando capiva che non avevi capito si incazzava e cercava di urlare (questa me l’ero dimenticata, mi è venuta in mente adesso), proprio lì è capitato che ho preso una tranvata di quelle che mi ha fatto tremare il culo un bel po’. E’ stata la volta in cui tutta la mia vita si è messa in discussione e sono stata in grado di sfasciare un rapporto che durava da anni. Perché quell’amore lì mi aveva travolta e devastata in un secondo.

Non è stato l’amore della mia vita e non è durato per sempre. E’ durato qualche mese. Ma in quei pochi mesi l’abbiamo vissuto quasi senza avere tempo per respirare. Una passione, un coinvolgimento, un’intesa, che se ci ripenso mi gira la testa. Poi un giorno mi sono svegliata e ho capito che non era quello che pensavo e, senza preoccuparmi troppo, ho fatto quello che faccio di solito. Sono passata e ho distrutto. Ho spaccato un cuore e un’anima e ho pensato solo a me stessa.

L’ho ritrovato qualche anno fa. Su FB. Due vite ormai totalmente ricostruite. Gli ho scritto e gli ho chiesto scusa. E lui mi ha risposto con gran serenità. Senza rancore. Ma io lo so di avergli fatto male. E non me lo dimentico.

Ieri mattina, di ritorno dopo aver accompagnato mio padre in Centrale a prendere il treno, per caso sono passata davanti alla sala corse. Per un attimo mi è sembrato che mi stessi muovendo a rallentatore. Mentre guidavo ho buttato un occhio dentro, la porta era spalancata, ho intravisto tre o quattro facce. E le ho riconosciute tutte. In un secondo mi sono trovata catapultata indietro di 14 anni. Ho rivisto quelle facce, sentito le voci, gli odori, tutto. Tutto è tornato alla mia memoria e, dai ieri mattina, ho nel cuore un po’ di malinconia. Malinconia per un posto che, nel bene e nel male, mi ha insegnato un sacco di cose, riconoscere i soldi falsi, capire gli ubriaconi e i sordo-muti, vivere in apnea, contare i soldi alla velocità della luce come fanno quegli stronzetti in banca, che se li girano tra le dita come nei film (anzi, gli stronzetti di oggi non lo sanno più fare perché hanno le macchinette conta soldi) e assaporare il gusto di un amore folle e travolgente, nato e morto in poco tempo ma che mi ha lasciato un ricordo dolce e sicuro.

E comunque, allora, Varenne spaccava di brutto.

4 commenti

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4 risposte a La sala corse

  1. buck

    può sempre venire a lavorare a brera, è ancora così come melle tue righe.

  2. meraviglia! bravissima :) bellissimo post

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